• Dr.ssa Cazzaro Leonia Paola

"La lingua speciale di Uri"



Rendere il dolore grazioso, leggero e consapevole non è dote di tutti. David Grossman riesce invece a rendere fiaba l’esperienza che tutti abbiamo vissuto da piccoli e che magari, ad oggi, stiamo rivivendo come genitori, come professionisti dell’età evolutiva o come insegnanti e maestre.


Con questa fiaba l’autore è riuscito a trasformare l’incomprensione in risate, capovolgengo il ruolo di genitore e quello di bambino.

Grossman scrive questo libro esattamente un anno dopo la morte di suo figlio Uri, ventenne.


In questa fiaba Uri è un bambino di un anno e mezzo che sta iniziando a parlare: utilizza solo le vocali e la lettera “T”. I grandi, quindi, non lo capiscono. Anzi, scorrendo le pagine di questo breve ma intenso racconto, gli adulti sono quelli che danno delle interpretazioni del tutto fuorvianti e fuori dalla norma alle parole di Uri. L’unico che lo capisce è suo fratello Yonatan, di cinque anni. Yonatan diventa quindi il mezzo di congiunzione tra modo adulto e mondo infantile.

Uri dice «ititiete etatoto tiè tuto totto», cioè «il bicchiere è caduto e si è rotto», certo. “Un formichiere ha bevuto il tè in salotto?” Chiede il padre. Eppure, solo Yonatan riesce capire cosa dice Uri. Tanto che, alla fine della fiaba, quando i bambini dormono e non vengono trovate le chiavi con cui il piccolo Uri ha giocato, si scatena un putiferio: Uri piange disperato perché dice a tutti dove sono le chiavi, ma nessuno lo capisce. Anzi, ogni adulto riesce a dare le interpretazioni più disparate e irreali che ci siano. “Dove le hai messe, Uri? Nel fazzoletto della mia sarta?” “nello zainetto dell’astronauta?”

Bisogna svegliare Yonatan per comprendere in modo adeguato ciò che Uri verbalizza. “Ha detto che sono in bagno, dentro la sua barca”. Risolto il mistero i due fratelli tornano a dormire insieme, mettendo pace tra i due “mondi” così discordanti e rumorosi fra di loro, quello dell’età adulta e della fanciullezza.


“Mi parlavi, mi parlavi tanto e io ero orgoglioso di avere l’onore di essere il tuo confidente”, diceva un anno fa Grossman sulla tomba del figlio.


Nell’orazione funebre per Uri, il 17 agosto del 2006, Grossman ricorda di quando viaggiavano e i figli Yonatan e Uri stavano seduti dietro nella macchina. Anche nella fiaba Uri sta seduto dietro, grida «Tattetoteteto te u uatotato». “Un ascensore ha chiesto se c’è più cioccolato? Qualcuno fa colazione a letto col bue muschiato?” No, ride Yonatan: dice «attenti dietro c’è un autocarro».


Quale modo per rielaborare la perdita, il vuoto, il silenzio, con le parole? Ci vuole del coraggio per usare, introdurle, in modo terapeutico e misterioso. Le parole posso rimettere insieme laddove qualcosa si è rotto. Possono lenire, aiutare, guarire, consolare. Permettono di andare avanti con una piccola dose energia.


L’ironia, talvolta drammatica talvolta sincera e umana che è possibile leggere in questo racconto, è la narrazione del potere salvifico della scrittura narrativa e autobiografica.

Dimenticando la vita reale dell’autore, e con essa il lutto e il dolore, pensiamo un solo secondo alla fiaba.


Quante volte ci capita di avere a che fare con i bambini (magari i nostri figli) e non capire cosa ci dicano? Non capire che gioco vogliano fare con noi?

Eppure, con le nostre traduzioni scorrette e i bambini ridono, riescono a guidarci verso l’ironia, la leggerezza.

Ridono perché sanno che questo “gioco”, comunque, li fa sentire visti, ascoltati, accolti. Sconfigge la loro più grande paura che è quella di non essere sentiti, tenuti con sé, amati. Quella di restare da soli senza mamma e papà.

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